La reggia di Belriguardo, costruita nel 1435 per volere del marchese Niccolò III d’Este su progetto di Giovanni da Siena, fu una delle più fastose “delizie estensi” della corte ferrarese. Ispirata ai principi vitruviani della villa “all’antica”, si distingueva per i vasti saloni affrescati e per gli splendidi giardini all’italiana, che si estendevano per oltre trenta ettari.
Durante i mesi estivi la corte si trasferiva a Belriguardo, trasformandola nella sede ufficiale del governo ducale: una scelta allora inedita che anticipò consuetudini europee solo secoli dopo. Qui i duchi Borso, Ercole e Alfonso accoglievano ospiti illustri, ammirati dall’eleganza della dimora. Il complesso comprendeva due cortili loggiati uniti da un corpo centrale a due piani e circondati da vigne, fontane, bacini d’acqua e strutture funzionali come pergolati e verzieri. L’ingresso era segnato da una maestosa torre e da una grande peschiera alimentata dal fiume Sandalo: oltrepassata, si accedeva al primo cortile destinato agli uffici amministrativi, mentre il secondo ospitava la parte residenziale, riccamente decorata. Tra le opere di maggior pregio spiccavano gli affreschi della storia di Psiche di Ercole de’ Roberti e quelli della cappella ducale di Cosmè Tura.
Le cronache tramandano episodi memorabili: Ludovico il Moro invitava la moglie a raggiungerlo per ammirare le bellezze di Belriguardo; Vincenzo Gonzaga vi si recava per nuotare nella grande peschiera, dove si organizzavano battaglie navali simulate. L’edificio era stato progettato in modo da avere la migliore vista dello spettacolo dell’alba e del tramonto dalle stanze della torre d’ingresso. Il sistema idraulico che alimentava i giardini, collegato al fiume Sandalo, era tanto ingegnoso da entrare nelle imprese araldiche estensi. Questo scenario magnifico ispirò poeti come Ariosto, Tasso e Guarini, che vi trascorsero lunghi soggiorni. I fastosi banchetti, descritti dallo scalco Cristoforo da Messisbugo, richiedevano l’opera di centinaia di artigiani e contadini, indispensabili al funzionamento della vita di corte.
Dopo la devoluzione del 1598, con il trasferimento degli Estensi a Modena e Reggio, Belriguardo, bene allodiale dei duchi, subì un rapido declino: le sale furono trasformate in stalle e granai, le logge adattate a rustici pilastri e gli spazi occupati da famiglie contadine, dando origine a una sorta di “condominio” rurale che ci porta sino ai giorni nostri.
Oggi della reggia si conservano il perimetro complessivo, i due cortili interni e la torre d’ingresso, ridimensionata in altezza e preceduta da un protiro cinquecentesco. È ancora leggibile il pianterreno del corpo trasversale che divide le due corti, così come la Sala della Vigna (vedi galleria immagini sottostante), affacciata sul secondo cortile, ornata da affreschi del Cinquecento con cariatidi e paesaggi immaginari, opera di Dosso e Battista Dossi, Garofalo, Girolamo e Tommaso da Carpi, Biagio Pupini, Camillo Filippini e Iacopo da Faenza. Della decorazione quattrocentesca restano preziosi frammenti, tra cui una ghiera d’arco in cotto con motivi a baccelli, perline, fogliette e cornucopie. Una delle ali della residenza ospita oggi il Museo Civico di Belriguardo, che raccoglie anche reperti archeologici della necropoli di Voghenza.




