Sistema delle Mura

Porta degli Angeli
Mura di Alfonso
Mura di Borso
Veduta delle mura da sud-est e di Sant'Antonio in Polesine
Mura di Alfonso
Baluardo dell'Amore
Passeggiando sulle mura

(criterio IV)

Parte integrante del contesto storico della città, la cinta muraria che si conserva perfettamente leggibile per circa 9 chilometri, riflette significativamente l’evoluzione di oltre due secoli di storia di architettura militare. Lungo il perimetro delle mura urbane è possibile riconoscere le fasi costruttive che si sono susseguite e i relativi apparati tecnico-formali, i quali, nel loro insieme forniscono un compendio delle diverse soluzioni di ingegneria militare che ciascun periodo storico ha prodotto. Realizzate a partire dal XII secolo, e trasformate in coerenza con le diverse fasi di sviluppo del nucleo urbano e con le mutate esigenze difensive di ciascun periodo, le mura conservano a sud le cortine medievali lungo l’antico sedime del Po e, a nord, il complesso sistema difensivo rinascimentale, opera di Biagio Rossetti attuata nel grandioso programma di espansione della città dell’addizione erculea. Nel tratto compreso tra il Torrione del Barco e quello di San Giovanni si conservano undici torrioni semicircolari previsti dal progetto di Biagio Rossetti, e – al culmine di Corso Ercole I d’Este – si apre la Porta degli Angeli, che ha assunto la sua configurazione attuale nel 1526.

Nella parte meridionale della cinta muraria sono inoltre riconoscibili gli elementi tipici dello schema difensivo “alla moderna”, come i bastioni dovuti ad Alfonso I nel XVI secolo e resti della cittadella eretta durante gli anni del dominio pontificio, di cui si conservano oggi alcuni baluardi.

Oggetto di un imponente restauro durante il quale numerosi cantieri si sono succeduti per un decennio a partire dal 1988, oggi le mura – insieme allo spazio verde che le circonda, rappresentano un elemento fortemente caratterizzante lo spazio urbano di Ferrara.

Sistema delle mura di Ferrara
Sistema delle mura di Ferrara

Le mura di Biagio Rossetti e Alessandro Biondo

di Andrea Marchesi

La pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 pose fine al conflitto armato che da oltre due anni contrapponeva Ferrara e Venezia. Il duca Ercole I d’Este fu costretto a rinunciare al dominio sul Polesine di Rovigo, invaso già nel maggio del 1482 da quelle truppe veneziane che a più riprese oltrepassarono il confine del Po, riuscendo addirittura ad arrivare a poche centinaia di metri dal castello cittadino. Le uccisioni, i saccheggi, gli incendi e le distruzioni causate dai nemici nelle riserve del Barco ducale, nel palazzo di Belfiore o nella chiesa di Santa Maria degli Angeli rivelarono drammaticamente la vulnerabilità difensiva dei borghi a nord della muraglia medievale che percorreva l’attuale Corso Giovecca e Viale Cavour: un ampio territorio del tutto disarmato, per proteggere il quale il duca fece costruire durante la guerra fortificazioni di emergenza, specie bastioni in legno e alti terrapieni nei punti più vicini alle mura. Dalla cocente sconfitta e dal timore di una ripresa delle ostilità con la Repubblica di San Marco, Ercole d’Este decise di promuovere uno dei programmi di rinnovamento urbano più ambiziosi d’Europa, grazie alla costruzione di un’imponente cinta muraria che consentì a Ferrara di raddoppiare le dimensioni con nuove strade, palazzi e chiese, raggiungendo una superficie paragonabile a quella delle maggiori città italiane, come Bologna, Firenze, Napoli e Milano.

Il 25 agosto 1492 prese ufficialmente avvio l’ampliamento, noto alla storiografia come Addizione Erculea. Tre giorni dopo si dava inizio allo scavo del fossato, che partiva da ovest in corrispondenza della chiesa di San Marco nel Borgo di Sopra, disegnava un arco irregolare includendo le rinomate architetture residenziali e chiesastiche nei borghi a nord del castello, e finiva per congiungersi all’angolo nordorientale della città vecchia, nel Borgo di Sotto. L’impresa appariva colossale, trattandosi di costruire un diaframma fortificato lungo oltre cinque chilometri che avrebbe incorporato in città oltre 250 ettari di terreno, quando l’intera estensione dei quartieri medievali non arrivava a toccarne 180. Di pari passo procedeva il tracciamento delle nuove strade e l’erezione dei terrapieni, mentre all’inizio di giugno del 1495 il Fattore ducale Antonio Maria Guarnieri poteva stipulare un primo contratto per la costruzione delle mura, affidate a titolo privato all’ingegnere Biagio Rossetti (1444-1516), che agì come impresario e socio del maggior fornaciaio cittadino, Alessandro Biondo, suo consuocero. I cronisti datano al 1497 l’ultimazione delle due porte urbiche di San Benedetto e di San Giovanni Battista all’estremità del decumano del nuovo ampliamento (l’antica via dei Prioni, corrispondente agli attuali corsi Porta Po-Biagio Rossetti-Porta Mare), mentre la Porta degli Angeli a nord, al termine dell’omonima via (oggi corso Ercole I d’Este), raggiunse il suo definitivo assetto solo nel 1525.

La costruzione delle mura ebbe forti ripercussioni sul piano delle dinamiche economiche e sociali, oltre che essere uno straordinario laboratorio di saperi tecnologici e ingegneristici, applicati ad esempio nella fabbricazione dei dispositivi meccanici per sollevare le acque, movimentare la terra e per il trasporto di milioni di pietre dalle fornaci: nella documentazione contabile del Comune di Ferrara riferita agli anni 1493-1494 appaiono frequentemente gli “inzignieri” Siacho da Nizza, il figlio Onorato e Sante Novellini come progettisti di svariati edifici per scolare le acque muniti di ruota azionata da cavalli, poi costruiti da marangoni specializzati quali Paolo dall’Olio, Giacomo Dianti, Antonio dal Bondeno e Girolamo Zuccola.

Imponendo carichi di lavoro del tutto inusitati, Ercole chiamò a lavorare all’impresa una quantità eccezionale di contadini provenienti dal Ferrarese, dalla Romagna, dal Modenese e dal Reggiano, provocando le (inutili) proteste sia di quanti si videro espropriata la terra posta entro il cantiere, sia della larghissima quota di sudditi (compresi religiosi e prostitute) costretti a far fronte a tasse e balzelli imposti per finanziare la straordinaria linea fortificata.

Le mura “rossettiane” realizzate tra il 1492 e il 1505 segnano il passaggio dalla difesa verticale piombante a quella orizzontale o “radente” e rappresentano uno dei più qualificati esempi di architettura militare italiana di “transizione” rispetto al sistema bastionato successivo. Un fossato d’acqua non profondo ma molto esteso (tra i 35 e gli 80 metri) rendeva maggiormente difficoltoso ogni tentativo di avvicinamento alle basse e spesse cortine merlate, dotate di scarpa nella parte inferiore demarcata da un cordolo decorativo a treccia. I torrioni minori semicircolari sono posti ad una distanza pari alla metà della gittata delle armi leggere ed avendo la funzione di difendere la cinta murata attraverso il tiro incrociato di balestre e di piccole artiglierie erano dotati di merli (oggi scomparsi) e di feritoie laterali posizionate su due livelli, il superiore dei quali era servito da impalcati lignei. Gli spostamenti interni dei militari da un torrione all’altro erano assicurati sia dal cammino di ronda sulle mura, protetto dal parapetto merlato, sia dal contraffosso ai piedi del terrapieno, sulla cui parte superiore (detta ramparo) venivano posizionati ulteriori armi pesanti a lunga gittata.

Il vivo interesse del duca per lo svolgimento dei lavori sulle mura e sulle edificazioni all’interno della Terra Nova è comprovato dagli stessi documenti, che restituiscono l’immagine di un vero principe architetto pronto a confrontarsi e discutere con eruditi e progettisti per mettere a punto la miglior risoluzione delle singole opere: tra costoro spiccano appunto le figure dell’ingegnere Biagio Rossetti e dell’umanista Pellegrino Prisciani, fine conoscitore degli scritti di Vitruvio e di Leon Battista Alberti. Recenti indagini archivistiche hanno rivelato che tra il 1493 e il 1497 la Masseria camerale fornì numerosi quinterni di carta reale al duca, a Rossetti e a Prisciani col preciso scopo di “far disegni”: circostanza – quella dell’attività grafica a sei mani – che getta nuova luce sulla genesi ideativa e progettuale dell’intera Addizione Erculea.